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L’articolo incompiuto sul dramma che si compie (ovvero di quella volta che volevo scrivere di Afghanistan)

Sono passati quattro anni o poco più. Svolgevo il servizio civile a Emergency, occupazione che tuttora mi costa qualche accusa sui social, quando mi prendo della buonista delle Ong, pure se in quella Ong mi occupavo solo di gestire l’agenda degli incontri nelle scuole, discutere con bambini e ragazzi, supportare la formazione dei volontari. Insomma, non salvavo vite, non facevo parte dell’ufficio umanitario, mi limitavo a informare e, quando andava bene, a educare, indicando una strada che intanto cercavo di percorrere con coerenza.

Alla fine dell’anno scolastico, con l’agenda ormai vuota d’incontri, si provvedeva all’aggiornamento delle presentazioni. E allora si spulciavano i documenti ufficiali, i report di gruppi di ricerca, le statistiche delle agenzie internazionali. Era il periodo del governo ̶R̶e̶n̶z̶i̶-̶b̶i̶s̶  Gentiloni, con Minniti al Ministero degli Interni, il codice di condotta per le Ong, le dichiarazioni sulla tenuta democratica del paese, gli accordi con la Libia, l’eliminazione di un grado di giudizio sulle richieste di protezione, eccetera. E se l’Italia si preoccupava di ricacciare naufraghi, profughi e migranti nelle maglie della burocrazia o nei lager libici, l’Unione europea s’era già affrettata l’anno prima, con altrettanto zelo, a sovvenzionare la Turchia di Erdogan e a firmare un accordo per i rimpatri in Afghanistan.

C’era uno iato, un abisso incolmabile tra i dati che studiavo su quella terra e le proposte di rientri volontari in Afghanistan. Era un tema così complesso da non potersi ridurre a un articolo, a una notizia. Volevo spiegare che cosa succedeva sulla base dei dati, mostrare la contraddizione tra osservatori e decisori internazionali.

Così superai la fatica di quei mesi, raccolsi dati, abbozzai una struttura e iniziai a scrivere, diedi pure buca a una grigliata di Pasquetta. Era importante, era così necessario.

Poi accadde che proposi il pezzo, ancora incompleto, così da non imporre un lavoro concluso, così da poter recepire indicazioni. Ma finì che non andava bene. E tutta la necessità, tutto quel dovere di scrivere che sentivo in quei giorni si chiuse con le domande appuntate nel testo incompiuto.

Oggi vorrei postare quel lungo articolo sospeso, così com’è rimasto, con i dati di quattro anni fa, gli appunti non coltivati, la chiusura mai raggiunta, e non perché sia utile oggi, con tg e giornali tornati a parlare di Afghanistan (anche se tra qualche giorno, o al più tardi qualche settimana, temo smetteranno di farlo). Lo pubblico per ricordarmi che si scrive per testimonianza, non per pubblicazione. Che se comporre una filastrocca, imbastire un’inchiesta, elaborare un’analisi è importante, lo è a prescindere da chi apprezzerà sforzo e risultato.

Il vecchio articolo sull’Afghanistan rimasto nel cassetto da aprile 2017

In Afghanistan, la guerra è finita il 28 dicembre 2014. O, almeno, sono finite le operazioni di combattimento della Nato, che ha sostituito l’operazione Enduring freedom con la missione Resolute Support.

Il primo bombardamento sull’Afghanistan risale al 7 ottobre 2001: alle 20:45, ora locale, attacchi aerei colpiscono Kabul, Qandahar e Jalalabad come risposta agli attentati negli Stati Uniti di martedì 11 settembre. L’azione arriva dopo l’autorizzazione del Congresso statunitense il 14 settembre e l’ultimatum lanciato da George W. Bush – all’epoca presidente – ad Al-Qaeda. 

Meno di un’ora dopo il bombardamento, Bush rivendica la paternità della missione, che attraverso “carefully targeted actions” mira a colpire i campi di addestramento dei talebani.
Il benestare delle Nazioni Unite arriverà il 20 dicembre 2001, con una risoluzione votata all’unanimità dal Consiglio e con l’istituzione, da parte della Nato, dell’ISAF (International Security Assistance Force).

Quella iniziata nel 2001 non è che l’ennesima guerra nella storia moderna dell’Afghanistan, caratterizzata dall’alternarsi di fasi di instabilità e fasi di dittatura: la violenza sembra l’unica costante in un panorama storico che cambia nel giro di pochi anni.

Con il rovesciamento della monarchia nel 1973, la società si trova tra diversi fuochi: apparentemente, le istanze di laicizzazione si contrappongono ai tentativi di ritorno alla tradizione islamista; più nel profondo, si confrontano non solo i comunisti afghani (divisi al loro interno in varie correnti, più o meno filo-sovietiche) e gli islamisti, ma anche le singole personalità di spicco del potere politico (Daoud Khan, Karmal, Amin, Taraki…) e pure Unione Sovietica e Pakistan (con cui gli accordi per la Durand Line, nel 1976, impediscono la creazione del Pashtunistan, una nazione per i Pashtun).

Le tensioni, anche all’interno dei comunisti afghani, culminano con l’invasione dell’URSS, nel 1979, che lascia tracce ancora oggi, con residuati bellici e mine antiuomo, tuttora funzionanti e disseminate nel paese. Negli anni dell’occupazione sovietica, l’Afghanistan diventa territorio di confronto tra le due superpotenze, incastrato tra i due blocchi: la resistenza all’Armata Rossa è infatti condotta dai mujaheddin, sostenuti dagli Stati Uniti attraverso l’Operazione Cyclone, che garantisce supporto logistico ed economico da parte della CIA alle forze paramilitari anti-sovietiche.

Con la ritirata sovietica nel 1989 aumenta il potere dell’Alleanza del Nord dei mujaheddin, che assume il controllo del paese e proclama la Repubblica Islamica dell’Afghanistan nel 1992: gli scontri interni all’Alleanza del Nord sfociano però presto in una vera e propria guerra civile (non senza influenze estere). Quattro anni più tardi, nel 1996, sono i Talebani a prendere il potere, che deterranno fino al 2001.

Nei tredici anni di guerra dichiarata, tuttavia, i Talebani continuano a mantenere il controllo, anche amministrativo, su molti territori.

[Al Jazeera, Jan. 2017]
Alla luce dei fatti, non stupisce troppo che, per trentatré anni, l’Afghanistan sia stato il principale paese d’origine di profughi e che oggi abbia perso il primo posto solo a causa della guerra in Siria: sono infatti 2,7 milioni i rifugiati provenienti dall’Afghanistan. A questo numero devono poi aggiungersi i migranti: 4,8 milioni, secondo i dati MPI 2015

Il 4 ottobre 2016, l’Unione Europea sigla quindi con l’Afghanistan un accordo, intitolato Joint Way Forward on migration issues, per rispondere con “solidarietà, determinazione e sforzi collettivi” a queste “inaudite sfide” (unprecedented refugees and migration challenges).
L’obiettivo delle azioni previste è un “rapido, effettivo e gestibile processo per il ritorno regolare, dignitoso e disciplinato degli afghani privi delle condizioni per entrare o stare nel territorio dell’Unione Europea, e per il loro reinserimento in Afghanistan”.
[Valutare se inserire spiegazione della questione voluntary or non-voluntary returnees]

Il 5 ottobre 2016, inoltre, viene organizzata la Conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan, che vede la partecipazione di settantacinque nazioni e ventisei tra organizzazioni internazionali e agenzie. I partecipanti, approvando il piano quadriennale di riforme ANPDF (Afghanistan National Peace and Development Framework. 2017 to 2021), stanziano un supporto finanziario per l’Afghanistan di 15,2 miliardi di dollari: l’Unione europea e i suoi Stati membri si impegnano per 5,6 miliardi. Secondo il resoconto del sito istituzionale della conferenza, si tratterebbe di “un eccezionale livello di investimento che assicura che l’Afghanistan rimarrà su un saldo percorso verso la stabilità economica e politica, la costruzione dello Stato e lo sviluppo”.

Resta da capire come i finanziamenti europei agiranno su un contesto sociale caratterizzato da una corruzione pervasiva ed endemica, come evidenziato dal SIGAR, Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction, autorità di vigilanza sulla ricostruzione istituita nel 2002 dal Congresso statunitense. Nel report Corruption in conflict: lessons from the U.S. experience in Afghanistan, citando numerose ricerche afghane e internazionali, si sostiene che dopo il 2001 la corruzione nel paese sia aumentata, raggiungendo livelli mai visti.
Il SIGAR si occupa anche di monitorare i progetti di ricostruzione finanziati dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Dei quarantaquattro progetti ispezionati tra il luglio 2009 e il settembre 2015, si legge dal documento pubblicato nel marzo 2016, solo sedici sono conformi ai requisiti tecnici previsti. I restanti ventotto non soddisfano i requisiti: di questi, sedici presentano “carenze così gravi da minacciare l’integrità delle strutture e l’incolumità degli occupanti”.

Se anche gli aiuti economici europei dovessero avere maggior successo rispetto ai finanziamenti statunitensi, resta comunque un problema di sicurezza nel paese.
L’insicurezza è infatti percepita come un dramma reale, con contraccolpi anche su mercato e lavoro: secondo il report Afghanistan development update, pubblicato dalla World Bank nell’aprile 2016, si tratta di questioni che “pongono serie minacce alla sicurezza personale, alla fornitura di servizi pubblici e agli investimenti privati”. Il documento prosegue rilevando che “il livello di fiducia di imprese e consumatori resta frenato [cercare traduzione migliore per subdued], come risultato della persistente incertezza politica, senza segni di ripresa dei consumi privati o degli investimenti”. 

L’impegno del governo afghano contro il terrorismo e per la sicurezza si declina, oltre che su investimenti nel settore militare, anche in forme pervasive di controllo pubblico, come attraverso il cosiddetto Occhio di Kabul, un dirigibile che sorvola costantemente la capitale, raccogliendo e confrontando dati.

Eppure, in Afghanistan si continua a morire.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’aspettativa di vita di un afghano è di sessant’anni e la mortalità infantile (sotto i cinque anni di età) è di novantuno decessi ogni mille nati vivi (in Italia, il dato è di tre bambini ogni mille). A questa condizione, bisogna aggiungere tutti i feriti, mutilati, sfollati e uccisi dalla violenza della guerra: i combattimenti sono terminati per le operazioni Nato, ma continuano con attentati, scontri e pure con residuati bellici che continuano a far danni.

Secondo il report dell’UNAMA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di monitorare la situazione in Afghanistan, nel 2016 le vittime civili documentate sono state 11’418 (3’498 morti e 7’920 feriti). I bambini rimasti uccisi o feriti, solo lo scorso anno, sono 3’512, con un aumento del 24% rispetto ai dati del 2015. 

Dal 2012, le vittime civili in Afghanistan sono cresciute ogni anno.


Il 2016 ha visto tra l’altro anche l’aumento delle vittime da bombardamento e il preoccupante rafforzamento di Daesh: il numero di vittime dell’Isis nel 2016 è dieci volte tanto rispetto a quello registrato nell’anno precedente (le persone colpite nel 2015 erano 82, nel 2016 sono state documentate 899 vittime).

Sempre secondo il report UNAMA, inoltre, il 2016 vede “livelli record di spostamenti legati agli scontri, accompagnati dalla perdita di mezzi di sussistenza, proprietà e accesso ridotto alle cure e all’istruzione”. In particolare, sono stati documentati 119 episodi di conflitto contro centri medici o contro operatori sanitari, come obiettivi o colpiti per errore. Tra di essi, peraltro, non rientrano tutti quei ritardi nelle cure che dipendono dalle condizioni delle vie di comunicazione.

Ma il diritto alla cura non è l’unico calpestato in Afghanistan. L’UNAMA ha intervistato duecentoquaranta tra giornalisti e rappresentanti della società civile: i partecipanti hanno sollevato forti preoccupazioni e segnalato “un ambiente di minacce e intimidazioni attribuibile sia agli elementi anti-governativi, sia agli attori statali, riguardo al loro diritto alla libertà di espressione e all’osservazione e alla denuncia di abusi e violazioni dei diritti umani, specie rispetto agli episodi di conflitto”.

La situazione generale del paese resta drammatica: secondo le ricerche di The Fund of Peace, ente no-profit e indipendente di ricerca e formazione, l’Afghanistan è al nono posto (su 178) nel ranking basato sul Fragile States Index. Questo indice mira a quantificare la vulnerabilità degli Stati, basandosi su dodici indicatori in campo sociale (pressione demografica, rifugiati e sfollati interni, tensioni di gruppi, “fuga di cervelli”), economico (disuguaglianze nello sviluppo, povertà e declino economico) e politico (legittimazione statale, servizi pubblici, diritti umani, apparato di sicurezza, frammentazione delle elites, interventi esterni). L’instabilità afghana è rappresentata dalle quotazioni molto alte di questi indicatori, con un punteggio medio di 9 (su 10) e il punteggio totale di 107.9, che portano il paese a essere contrassegnato con la valutazione di “high alert”.

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> Resoconti sul primo flusso di rimpatri
N.B. The Guardian si riferisce all’accordo come relativo alla deportazione di richiedenti asilo https://www.theguardian.com/global-development/2016/dec/15/first-wave-afghans-expelled-eu-states-contentious-migration-deal-germany-sweden-norway

> dall’accordo “respecting the safety, dignity and human rights of irregular migrants subject to a return and readmission procedure” – come può esserlo alla luce della realtà afghana, in termini di sicurezza e diritti umani?

> eventuale posizione ufficiale dell’Unione Europea (da interpellare come? C’è indirizzo e-mail di addetta stampa della conferenza di Bruxelles).

> necessario accenno alla GBU-43 del 13 aprile su Nangarhar? [personalmente ritengo rischi di essere off topic, visto che cito la crescita di Daesh solo relativamente ai dati delle vittime]

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