
Sono quasi tre anni e mezzo che non aggiorno il blog. Ci sarebbe molto da raccontare, riepilogare, scrivere (l’attivismo per due referendum, un nuovo lavoro, un saggio su Calibano, tanti articoli su Fanpage, uno per Valigia blu, e così via). Ci sarebbero pure un paio di annunci da fare, uno lo custodisco, l’altro lo rivelo: nei prossimi mesi, sempre per effequ, uscirà la seconda edizione di Potere forte. Attualità della nonviolenza, a conferma che il sottotitolo dice il vero.

Ma oggi mi limito a postare qui un discorso, mio, dell’anno scorso, alla festa di Sheep. Lo copincollo così come lo scrissi, che poi è così come lo lessi. Avrei voluto scriverlo prima, così da andare a braccio, ma avevo venti minuti e, soprattutto, l’avevo scritto la notte precedente. Preferii la lettura ad alta voce, cronometro alla mano, per non perdermi.
“Saverio” che cito all’inizio è Saverio Tommasi, presidente di Sheep, che seguo da molto tempo (da prima che pubblicassimo entrambi per Fanpage), che mi ha invitato alla festa e che ringrazio anche qui. Nel discorso non è invece citata Vera Gheno, che avrebbe parlato dopo di me: il suggerimento di pubblicare le mie parole è suo, ed è un consiglio che metto in atto con un anno di ritardo. Se la lettura sarà gradita, il merito è suo. Se il parere sarà negativo, la colpa è mia.
Quando Saverio mi ha invitata a questa festa (a proposito, grazie a lui, per l’invito, e a voi tutte e tutti per aver creato qualcosa da festeggiare!) mi ha subito detto il tema: “orizzonti”.
I giorni passavano e questo monologo sugli orizzonti restava all’orizzonte, ma io ne guardavo altri, di orizzonti, quelli a breve termine, della vita adulta, gli impegni professionali, quella telefonata, quell’e.mail, quella riunione, quella risposta, quell’appuntamento, e quelli a lungo termine, che ogni tanto mi colpiscono con domande per cui non ho risposta. Comunque, quanto alla festa di Sheep e al monologo, l’orizzonte del discorso sugli orizzonti s’avvicinava, o, meglio, mi avvicinavo io, a quest’appuntamento, e misuravo ogni volta il mio senso di inadeguatezza.
Sarò banale, farò scena muta, o invece sarò logorroica, oppure mi tremerà la voce, mi si contrarranno i muscoli, come avessi freddissimo, pronuncerò parole incomprensibili, per parafrasare Brecht resterò indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresa?
Me ne stavo esitante sull’orlo dei miei limiti.
Il concetto di limite mi fa sempre tornare in mente la matematica dell’ultimo anno delle superiori. In quel periodo facevo parte di quel gruppo di persone definibile come “società civile”: erano i tempi del Bunga bunga, delle riforme Gelmini, della finanziaria Tremonti, i tempi di Giorgia Meloni ministra della gioventù, i tempi in cui Putin stava in conferenza stampa con Berlusconi che faceva il gesto di sparare contro una giornalista, a qualche anno dall’assassinio di Anna Politoskaja. Insomma, erano tempi politicamente facili, in cui sapere da che parte stare, o, almeno, contro che parte stare, era piuttosto semplice, il che, se hai diciassette o diciott’anni, è una bella comodità. Ma stavo parlando di matematica.
Io e la matematica abbiamo sempre avuto un rapporto a base di gioco e intuizione: per ogni argomento ascoltavo in classe, capivo, gli esercizi uscivano, bene così. E, lo so, ignorare la teoria, non studiare le definizioni può essere problematico. Comunque non lo fu fino a quel periodo della fine del 2010, quando la prof spiegò i limiti. Erano quattro definizioni: limite finito per x che tende a un valore finito e poi via così le altre tre, solo scambiando il finito con l’infinito. C’era il concetto di intorno, con epsilon piccolo a piacere maggiore di zero. Non so se in questo momento sto risvegliando un disturbo post traumatico da stress, in caso scusate.
Io e la mia facilità di apprendimento osservammo la prof spiegare questi concetti e, per la prima volta, la soluzione non era intuitiva, la definizione non era ovvia, l’argomento non era chiaro. Ma l’avrei capito, mi dissi con l’arroganza di chi non ha mai avuto problemi a scuola: a volte non si coglie una definizione al volo, ma prima della verifica sarà chiara.
Mentre la prof spiegava e io non capivo, a Brescia, alcune persone erano salite su una gru. Erano immigrati che avevano fatto domanda di permesso di soggiorno e se l’erano vista respinta: il governo prima aveva aperto una possibilità di sanatoria e poi aveva cambiato le regole, a domande già inoltrate, con i documenti presentati, le spese sostenute, i bolli già pagati. Sanatoria truffa, la chiamarono, e non avevano torto. E lo slogan risuonava “Se permesso non sarà, resteremo sempre qua”. Anche a Milano accadde lo stesso: alla torre di via Imbonati, nove persone, quaranta metri d’altezza. E io andavo, dalla provincia in città, mi sentivo inutile eppure mi sembrava importante esserci.
E quindi, ecco, il giorno della verifica sui limiti aprii il quaderno, rilessi le quattro definizioni e fu il vuoto. Ma non come capita quando hai studiato e sei in ansia, quando avevi capito ma poi hai scordato, che ti basta respirare, riprendere lucidità. Io proprio non capivo niente. E non avevo nemmeno studiato. Andò come doveva andare: consegnai praticamente in bianco ed entrai in quel mix di rabbia e tristezza di quando sai di aver sprecato un’occasione, l’anno della maturità, poi, brava, ottimo, complimenti!, e mi veniva da piangere e allora il pensiero fu: “ma davvero vuoi piangere su una verifica di matematica quando ci sono delle persone al freddo su una gru e su una torre e altre a terra che non sanno se avranno un titolo per restare nel paese in cui vogliono stare?”, e il pensiero, ovviamente, invece di ridimensionare il mio rammarico, lo sostituì con un altro dolore, più grande, più politico, più profondo, più violento. Presi quattro, comunque, voto giusto.
Qualche giorno dopo, prima ancora di riconsegnarmi la verifica, la prof mi interrogò. Io, nell’attesa di capire, avevo preso esempio da altri e mi ero studiata a memoria le definizioni. Lei credo lo capì dal mio sguardo, mise un 6 di misericordia che a me non bastava. Osservai quelle definizioni con il desiderio di capire, senza successo. Ma ogni giorno le riguardavo, fino al momento in cui, non so spiegare come, quasi magia, il concetto mi fu chiaro, chiarissimo, luminoso come un oggetto che cercavi da tempo ed era lì, sotto i tuoi occhi, da sempre.
Mi si spalancarono le porte della comprensione di limiti, derivate, integrali, e tanto altro che ora non ricordo più ma che sono sicura di poter reimparare: se capisco imparo, se ho imparato so, e saprò.
La matematica sul punto insegna che l’infinito è indefinibile, ma puoi puntare all’intorno. Puoi tendere all’infinito e diventare sempre più grande, e non importa il delta tra x e a o l’epsilon piccolo a piacere, l’importante è sapere che la funzione cresce, e non si ferma, se tende a infinito.
La definizione matematica non basta però a distogliermi dai miei limiti, dall’inadeguatezza che provo spesso quando sto su un palco.
Uno dei miei limiti è la difficoltà di definirmi. “Giurista e divulgatrice”, dico a chi mi chiede che cosa inserire nel programma di un evento, e vuol dire tutto e non vuol dire niente, perché in effetti mi appassiono di tutto, che però talvolta significa essere esperta di niente. Politicamente, però, so di potermi definire, e mi dico di sinistra, e nonviolenta.
Essere di sinistra significa pensare che non possa esserci libertà, né benessere, senza giustizia sociale o, in altri termini, a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità.
Ed essere nonviolenta significa credere nel conflitto, nella sua ineliminabilità, nella sua potenzialità e soprattutto nella necessità che il conflitto sia affrontato in maniera costruttiva e non distruttiva. E, per farlo, occorre credere che fini e mezzi abbiano la stessa dignità, la stessa importanza. Sapere che non si può raggiungere la giustizia con mezzi disonesti, che non si può ottenere la pace con la guerra, che non si può mirare a un fine senza prestare attenzione ai mezzi che si utilizzano per quello scopo.
Perché i mezzi sono fini. Per due ragioni.
La prima è ideale, a difesa dell’integrità delle persone. La violenza corrompe l’animo di chi la commette e danneggia chi la subisce: raggiungere un obbiettivo positivo attraverso mezzi violenti squalifica il fine.
La seconda è realista. Per quanto possiamo impegnarci, non avremo mai il potere esclusivo sulla realizzazione di un determinato fine, dunque non ha senso affannarsi per il suo raggiungimento senza concentrarsi sul percorso, sui mezzi che, al contrario, dipendono dalla nostra scelta e non da variabili al di fuori del nostro controllo.
L’attenzione ai mezzi rappresenta così un equilibrio tra due opposti: potere e umiltà. L’unico potere che ho è la sovranità su me stessa: ho un potere sulle mie scelte, sulle azioni che decido di porre in atto, ma non sui risultati, non sulle preferenze altrui, non sulla società, non sul caso o sul destino.
Nove anni fa, proprio oggi, il 13 aprile, morì Pietro Pinna. Ebbi la fortuna di incontrarlo, poco lontano da qui, a Firenze, nel 2012, in occasione di quella che tuttora reputo una delle conversazioni più profonde e fertili della mia vita. Pietro Pinna era, anzi è, il primo obiettore di coscienza per ragioni politiche nell’Italia del Dopoguerra. Tra il 1948 e 1949, rifiutò quello che lui chiamava il servizio dell’uccisione militare, la leva obbligatoria. Aveva visto la guerra, le distruzioni materiali e le dissipazioni morali, e non poteva accettare di contribuire ad altri massacri, di addestrarsi all’obbedienza nell’ammazzare. Da nonviolento, Pietro Pinna ripudia la guerra, a partire dalla sua preparazione in tempo di pace. Non era viltà, non era vigliaccheria: al processo dichiarò di voler servire la patria, ma in un modo che non gli imponesse di uccidere, fosse anche solo per ipotesi. Si offrì di bonificare terreni minati, piuttosto, meglio il sacrificio del crimine, pensava. Ma la legge è cieca quando si fonda sul signorsì: fu condannato e, una volta scontata la pena, rimandato in caserma, per la leva, a cui ancora obiettò, e fu processato di nuovo, per disobbedienza, recidiva per giunta!, e condannato un’altra volta, e via così, ma a ogni udienza aumentavano i simpatizzanti, si animava il dibattito, e altri giovani obiettori di coscienza ne seguivano l’esempio, rifiutavano di arruolarsi preferendo il carcere militare alla collaborazione alla guerra.
Quando, fresca ventenne, lo intervistai, pronta ad ascoltare più che a domandare, lui mi chiese: “Ha letto Capitini?”. La domanda poi si trasformò, lungo tutta la conversazione, in un cortese imperativo: “Legga Capitini”.
Aldo Capitini, filosofo della nonviolenza, fu il primo a sostenere il giovane Pinna, dopo quella scelta di obiezione di coscienza, con le lettere e al processo, e con una fertile collaborazione per i successivi vent’anni. Capitini era di Perugia, nato nel 1900, era figlio dell’impiegato comunale custode del campanile, quella torre al centro di Corso Vannucci. Aveva imparato da autodidatta il latino e il greco, aveva conseguito gli studi classici da privatista e finì a studiare e poi a insegnare alla Normale di Pisa, al tempo diretta da Giovanni Gentile, l’ideologo fascista. Gentile non nascose mai il fastidio per quel giovane filosofo perugino, così intransigente nelle sue dichiarazioni nonviolente, così coerente con le idee che esprimeva, e il fastidio si tradusse, nel 1933, in un ricatto: prenda la tessera del partito fascista o se ne vada.
Capitini rifiutò, tornandosene a Perugia, nella torre del campanile, guadagnandosi modestamente da vivere con le ripetizioni. E chissà quante volte il giovane filosofo, che si definiva kantiano-leopardiano e a cui si deve il merito di aver diffuso il pensiero nonviolento in Italia, avrà alzato lo sguardo, verso i Monti Sibillini, quelli che vedeva anche Leopardi, ma dall’altro lato e, sedendo e mirando, interminati / spazi di lá da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete, e quante volte nel pensiero si sarà finto, si sarà figurato una realtà diversa, si sarà confrontato con la finitezza umana e con l’orizzonte così distante, chissà se proprio guardandolo dalla torre di Perugia avrà elaborato le teorie sulla compresenza e sull’unione-amore per superare il limite, come la siepe che il guardo esclude ma che, così facendo, spinge a rivolgersi all’Infinito.
“Legga Capitini!”, il consiglio di Pinna sembra una semplice indicazione bibliografica, invece, come sempre in ambito nonviolento, non c’è distinzione tra pensiero e azione, tra le parole e i fatti, tra l’opera e la testimonianza.
E il pensiero e l’azione di Capitini, di Pinna, della nonviolenza pone la sua forza proprio nella consapevolezza del limite. L’unico potere che ho è sulla mia azione (non sull’esito, non sul contesto, non sulle azioni altrui). Ma io sono imperfetta, ho difetti, limiti, e pure fossi la migliore umana vivente, sono comunque mortale, e in quanto tale non infinita: sono consapevole della mia finitezza, della mia insufficienza. Ho un limite e posso superarlo solo attraverso un’apertura, l’apertura dell’individuo all’altro da sé
L’apertura verso l’altro, la disposizione dell’animo a comprendere la posizione altrui viene definita da Capitini l’atto del tu, ossia come una collaborazione alla ricerca della verità d’amore, fine e mezzo della nonviolenza. Scriveva: “siccome i nostri limiti individuali ci impediscono di cogliere questa Verità nella sua pienezza, noi ci avviciniamo ad essa instancabilmente soltanto stando aperti a chi è diverso da noi, mediante l’amore per ogni essere, mediante la nonviolenza, mediante il dialogo, nel quale noi sosteniamo le nostre idee, ma non escludiamo di esser convinti dagli altri.”
L’apertura all’altro è così esercizio ideale, di immaginazione e riconoscimento prima e di empatia e comprensione poi: io riconosco nell’altra persona una mia simile, una componente dell’unità umana, nei confronti della quale mi applico in uno sforzo di immedesimazione, con la disponibilità sincera ad accettare idee che in principio non sono mie, e nel contempo, con l’esempio e il dialogo, espongo il mio pensiero. Si tratta quindi di una collaborazione tra individui, in cui la comunicazione è insieme impegno a persuadere e disponibilità a essere persuasa.
E questa apertura, che sul piano spirituale porta alla compresenza e all’unità amore, arriva anche a un’altra prospettiva, sul piano politico: la rivoluzione aperta dell’omnicrazia, il potere di tutti. L’omnicrazia è sapere che il potere, il potere vero, non è il “potere su”, non è dominio o prevaricazione, ma è il “potere di”, è potenza, possibilità, prospettiva che spetta a ogni persona. La nonviolenza insegna proprio questo: vivere il potere, come verbo, invece che rincorrere il potere, come sostantivo. E distribuire il potere non in verticale, ma in orizzontale. E, per farlo, devo partire proprio dai miei limiti.
L’orizzonte parte dal limite della mia vista.
L’infinito parte dalla siepe, che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
La finitezza, il limite, la consapevolezza di non essere abbastanza, da sola, non è allora il contrario dell’utopia, ma il suo presupposto.
È proprio perché abbiamo una siepe davanti, è proprio perché non siamo infiniti, che dobbiamo immaginare, desiderare, costruire.
E la realtà scadente che ci troviamo davanti – una realtà di violenze cristallizzate, di domini e prevaricazioni – è il metro con cui dobbiamo misurare il nostro impegno di superamento, il nostro sforzo per cambiare la realtà.