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Non riduco più le ore di sonno

Qualche anno fa, al colloquio per un lavoro che ottenni, il personaggio che mi trovavo di fronte, sfogliando il mio curriculum, chiese, con un tono a metà tra un complimento e una provocazione: “Ma lei come fa a fare tutte queste cose?”

“Riduco le ore di sonno” risposi.

Dicevo la verità, ma avevo torto.

Nebbia fredda e calde lacrime

L’ho realizzato tre anni dopo, quando proprio quella collaborazione si stava ignominiosamente concludendo. Ero in tensione, c’erano diverse questioni in sospeso e dovevo giocare una partita, una sera di dicembre, di freddo umido e nebbia fitta. Ero in campo, marcavo la mia avversaria sulla fascia. Rimessa laterale sul lato opposto, nella nostra metà campo. Lei si accentra, io non intervengo, non anticipo ma le resto addosso, senza fallo, per evitare che giochi quel pallone, invece non so come, davvero, non lo so, si sposta la palla verso l’interno e tira, rasoterra, un pallone che non sembra nemmeno troppo temibile e che invece entra nella nostra porta, incurante del fatto che non era il caso, proprio no, non oggi, non stavolta, non adesso, non contro di me che sono un groviglio di muscoli contratti, pensieri ingarbugliati e insulti che non posso pronunciare nemmeno contro chi li meriterebbe.

Non credo neanche di aver imprecato. Ho raccolto la palla dalla rete, in fretta, come si fa quando si sta perdendo, l’ho rimessa al centro, ho implorato il mio cervello di restare concentrato e il cervello ha obbedito, almeno finché non è arrivata la sostituzione. Il mister mi ha dato il cinque, me l’hanno dato le mie compagne, senza rimproveri né ipocrisie. Mi sono seduta, ho indossato il giaccone della panchina per restare calda, in caso dovessi rientrare.

E a quel punto il cervello s’è staccato.

Silenziosamente ma inesorabilmente la mia faccia s’è intiepidita di lacrime. Le asciugavo con la vergogna di chi non le vuole esibire e con la disinvoltura di chi finge che sia colpa del freddo. Il problema è quando qualcuno capisce e cerca di dare conforto. E il corpo, a quel punto, dice “vabbè, t’hanno scoperto, non ha più senso trattenersi”.

Di stanchezza e lotta di classe

Perché ne scrivo ora? Perché sono più felice, innegabilmente, più serena e realizzata di allora. Ma sono stanca, stanca e con un elenco di impegni, scadenze e progetti che non finisce e che mi dà quindi l’impressione di non fare niente, di non aver fatto niente per tutto il 2022. Non è vero. Non era vero nemmeno per il 2020 o per il 2021, e manco per gli anni precedenti, a dirla tutta. È solo che a volte resto così concentrata su un piccolo obiettivo, un’urgenza, un problema da risolvere ora, adesso, al più entro domani, da perdere di vista l’insieme.

E non va bene.

Non è solo una questione di benessere psicofisico, o di serenità esistenziale: è anche un atto politico. Viviamo in una società che si regge su violenze cristallizzate e rapporti di dominio, e non esiste prevaricazione più efficace di quella che trova un alleato nell’intima inadeguatezza, nell’umiltà che diventa legittimazione alla prepotenza altrui.

Così, in quel periodo, quello di nebbia fitta (sul campo di gioco e sul mio futuro), pensai che servisse mettere in ordine prestazioni e risultati, dichiararli nero su bianco, così che, nonostante la conclusione della collaborazione professionale, non residuassero dubbi, così che l’argomentazione avesse spazio, che restasse agli atti pur se inascoltata.

E mo’ ‘mparate a muzzecà

All’epoca avevo scoperto una canzone di Eduardo De Crescenzo, Chiammame. La ascoltavo a ripetizione, per darmi la carica mettendo in fila i fatti, perché “saje ca nun può vencere quanno ‘o tavulo nun’o ddà, tè mparato a perdere e mo’ mparate a muzzecà”.

Scoprire di aver ragione, e di avere prove, documenti, argomentazioni logiche della mia ragione, tramutava dispiacere e incertezza in rabbia: mettere in fila i fatti dimostrava, a me stessa prima che a chiunque altro, che non ero pigra, incapace o approfittatrice, ero semplicemente abbastanza sveglia da svolgere il lavoro organizzandomi al meglio e troppo ingenua da pensare che bastasse questo, senza genuflettersi, per gestire certi rapporti.

Quando poi tutto finì, dopo la partita, dopo il gol, dopo il carteggio, dopo il mancato rinnovo, mi trovai davanti allo schermo bianco con il terrore di non valere abbastanza.

Il valore non è questione di successo e il merito è una misura fallace

E qui però c’è un tema da chiarire, la ragione per cui questo post sarebbe potuto e dovuto uscire molto prima e invece esce solo ora.

Quand’ero piccola andavo bene a scuola. Non ero ossessionata dai voti, non ero competitiva se non con me stessa, ma la pagella era carica di “ottimo” e, quando mia madre tornava dai colloqui, portando a casa la mia “scheda di valutazione”, ero abituata a sfogliarla con un certo orgoglio e a poggiarla in bella vista sul tavolo in sala, in attesa del ritorno di mio padre dal lavoro. Una volta, però, la pagella fu tolta dal tavolo, nascosta in un cassetto: forse sarebbe passata quella parente, o magari quell’altra, mi fu spiegato, e non stava bene esibire. La pagella nascosta non era solo per non concedere spazio al vanto, era anche per non demoralizzare altri che magari avevano voti meno buoni dei miei.

Questo approccio educativo, questa delicatezza empatica non era solo una formalità, era un insegnamento fattuale: i tuoi voti non rispecchiano chi sei e non dipendono soltanto dal tuo valore, dal tuo impegno, dai tuoi meriti. Fuori dalla scuola, il discorso può riguardare il successo: gli obiettivi raggiunti non dipendono solo dalla volontà e dallo sforzo profuso per sorreggerla, ma da un insieme di variabili che comprendono capacità, predisposizioni, occasioni, fortuna.

Quindi, per favore, nel proseguire con la lettura, non fare confronti impropri, non trarre conclusioni che, da una variabile indistinguibile tra competenze e caso, porti ad assegnare meriti a me e demeriti ad altre persone.

In realtà questo doveva essere un post operativo

La ragione per cui avevo in mente di scrivere questo post era in realtà molto pratica: pensavo fosse utile raccogliere quel che ho pubblicato quest’anno, saggi, interventi, interviste, convegni. Poi però, per l’appunto, ero stanca e, per decomprimere la tensione derivante da qualche scadenza, mi sono messa a scrivere liberamente. E questo mi ha condotto alla lunga premessa intimista. Ma da adesso cercherò di essere lineare.

Sono nata nel 1992, quindi questo è stato l’anno dei miei trent’anni. Chi sono, al netto delle difficoltà definitorie, ho cercato di spiegarlo nella bio. Questo post serve (a me, soprattutto, ma anche a eventuali naviganti) per raccogliere quel che ho fatto nel 2022. Forse pure in pezzi del 2021, visto che il main event dell’anno ha preso la rincorsa proprio un anno fa, quando ho smesso di tergiversare e mi sono messa a scrivere.

In realtà la proposta era arrivata prima, nel 2020 addirittura, da effequ, la gagliarda casa editrice con cui ho avuto la fortuna di pubblicare il mio primo saggio, Potere forte. Attualità della nonviolenza, e pure L’eccezione e la regola, capitolo dell’antologia Circospetti ci muoviamo (su Genova e il G8, vent’anni dopo, ma in realtà su di noi, con Genova e il G8 sullo sfondo delle nostre voci).

A dire la verità, la proposta di effequ di un saggio sulle fallacie (che poi non è davvero un saggio sulle fallacie) arrivò per via di un album sulle fallacie, per l’appunto, con animaletti pucciosi (gattini, soprattutto), che avevo postato online, a metà tra funzione pedagogica e trolling, nel 2016.

Comunque, eccoci al 2022, 9 marzo per l’esattezza: esce Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione. La pandemia c’è ancora, ma preoccupa meno rispetto a due anni fa, quando il mio primo saggio si scontrò con una serie di date annullate: il lockdown impedì le trasferte, ma paradossalmente mi dà modo ora di postare le prove della maggior parte delle chiacchierate dell’epoca.

Potere forte, conversazioni analogiche e virtuali

Potere forte fu presentato la prima volta, in anteprima, il 21 ottobre 2019. I libri non c’erano, perché pioveva a dirotto, c’era allerta meteo e la consegna non arrivò. Però Cecilia Sarti Strada, che aveva accettato la chiacchierata, e aveva letto il libro in .pdf, e si era appuntata le domande, e i passi da citare, fu gentilissima, guidò la conversazione rendendo quella serata d’esordio molto importante. Ma non ci sono prove, se non qualche foto e i nostri ricordi.

Solo una presentazione dal vivo esiste ancora nel presente. Fu un’occasione di dialogo profondo: a discutere di nonviolenza con me c’era Giuseppe Moscati, presidente della Fondazione Centro Studi Aldo Capitini, ma a margine c’erano anche Gabriele De Veris, formidabile bibliotecario nonché organizzatore dell’evento, e Andrea Maori, autore di saggi fondamentali per lo studio della nonviolenza (e della sua storica repressione). Eravamo a Perugia, alla Biblioteca di San Matteo degli Armeni, il 19 gennaio 2020. C’era anche Radio Radicale, e l’incontro fu registrato ed è tuttora ascoltabile. Per Radio Radicale fui intervistata anche un paio di settimane dopo, da Massimiliano Coccia, per la sua rubrica Le parole e le cose. In quei giorni di febbraio 2020, in cui il mio mondo continuava a correre senza grosse preoccupazioni, andai a Bologna, Roma, Firenze. Poi marzo, e i dialoghi solo online.

Ci fu un’imbarazzante pillola instagrammabile (che non ritrovo, ma da qualche parte c’è), una presentazione adozione con la Libreria 101 di Bari e un dialogo con Slow News sul mondo nuovo, e sulla necessità che sia nonviolento. Qualche recensione lusinghiera: qui, qui, qui, qui e qui (e in video qui). Un altro confronto, su diritti e nonviolenza, c’è stato virtualmente alla Biblioteca Isolotto di Firenze, con il prof. Giovanni Scotto, grazie al quale ho anche l’onore di vedere Potere forte tra i libri universitari: è infatti uno dei testi a scelta per il corso di Sociologia dei processi culturali e teorie del conflitto e della mediazione all’Università di Firenze. E, più di recente, ho chiacchierato di fantasy e nonviolenza con Moedisia e La Dimora. Rieccoci così al 2022.

Argomentare è diabolico (e dintorni)

Il 9 marzo è uscito Argomentare è diabolico, ma già tre giorni prima era allo stand di effequ a Book Pride, a Milano, dove l’ho presentato insieme a Letizia Giangualano. Poi sono stata a Oleggio, Torino, Firenze, Figline Valdarno, poi di nuovo a Torino. Poi, più di recente, a Roma e di nuovo, ancora una volta, a Torino. Ho avuto anche l’occasione di partecipare a un confronto, fertile e interessantissimo, con il mio libro come oggetto di discussione, critica e serrata, da parte di diversi filosofi della retorica, nell’ambito del Prin “Designing effective policies for Politically. Correct: A rhetorical/pragmatic model of total speech situation”.

E ci sono state tante altre occasioni di dialogo sul dialogo, cioè sull’argomentare, che, a differenza delle sovracitate, possono essere risentite o riviste.

Il 23 marzo sono stata ospite di Fahrenheit, su Radio3 Rai: la puntata fu molto interessante e meriterebbe d’essere ascoltata per intero (io comunque arrivo intorno a 1:09:00). Poco più di un paio di settimane dopo sono stata a Perugia, al Festival internazionale del giornalismo, a cui ho partecipato per anni come volontaria e a cui devo molto: con il badge di un altro colore, quello rosso da speaker #ijf22, ho avuto modo di discutere con Federico Faloppa, Vera Gheno e Nadeesha Uyangoda di “Uscire dall’invisibilità: la lotta contro le disuguaglianze passa anche per il linguaggio“. E infine, quanto agli eventi dal vivo recuperabili online, sono stata a Lecce e a Corigliano d’Otranto, a Io non l’ho interrotta! (c’era pure il trailer!), un festival che virtualmente seguivo da tempo, per dialogare di “Chiamare, parlare, argomentare”, al Castello Volante, sempre con la splendida Vera Gheno. E pure a Milano, al Wired Next Fest, per un brevissimo dialogo con Nicola Prosatore (Circonvenzione di capace, si chiamava il panel).

E ci sono stati anche eventi social: su Instagram sono stata ospite di Stella Grillo e Libreriamo per una diretta sul libro e, sempre in diretta, ho chiacchierato di lettura con Giovanni Di Marco per il suo consueto Bla Bla Libri. Ah, ho provato a pubblicare anche qualche reel. Infine, sulla parentesi social, una nota di merito dal passato, cioè dal novembre 2020: Gianluca Frattini mi invitò a una chiacchierata per il suo podcast Ma non è mica Facebook, e nell’occasione parlammo di Potere forte ma anche e soprattutto di fallacie logiche (ma lui non sapeva che con effequ stavamo già discutendo di un saggio sul tema).

Tornando alle chiacchierate riascoltabili, sono stata ospite di Alessio Ramaccioni su Radio Città Aperta, sempre per parlare di argomentare. Poi ho partecipato con Bruno Mastroianni agli Slow News Days, per un panel dal titolo “Se argomentare è diabolico, litigare è la soluzione?”. L’indomani ho chiacchierato su Radio24, ancora con Bruno Mastroianni, ospite di Laura Bettini a Si può fare. E sono stata ospite di Carlo Crosato e Michele Lembo, per le interviste filosofiche su Radio Radicale.
Ah, le comparse per iscritto! Su L’Indiscreto un estratto del saggio, e poi le recensioni: su Tropismi, su Filosofemme, su ArtTribune, su 9 righe, su GlobalProjectSherwood, sul sito dell’agenzia DirtyWork, su Treccani. E poi un’intervista per Il Fatto Quotidiano e persino la citazione di Argomentare è diabolico sul Venerdì di Repubblica e su La Lettura del Corriere della Sera.

Però la priorità deve essere all’impegno accademico

Intanto ho concluso il mio primo anno in accademia (per accademia intendo quel mondo universitario di pubblicazioni, progetti di ricerca e concorsi). Nell’aprile 2021 ho discusso la mia tesi di dottorato, a ottobre 2021 è iniziato il mio “assegno di ricerca” e ho scoperto che la maggior parte delle persone ignora che cosa significhi essere “assegnista”. In effetti lo ignoravo anch’io fino a qualche anno fa. Assegnista è chi fa ricerca in università per un periodo definito, di solito per un progetto definito, e per un compenso definito, per l’appunto, da un assegno. In effetti è bizzarro che la definizione di un ruolo derivi dal suo compenso (ed è ancor più bizzarro visto che, più che di un assegno, si tratta di bonifici).

Al di là delle riflessioni lessicali, per due anni (in teoria prorogabili, per altri due anni) sono in forze presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Sempre alla cattedra di Diritto del Lavoro. E in questo periodo dovrei (continuare a) occuparmi di partecipazione dei lavoratori nella gestione (ma soprattutto nel recupero) dell’impresa. Un tema a cui avevo già dedicato la tesi di dottorato.

Tuttavia il mondo accademico si fonda sulla ricerca, sullo studio e sulle pubblicazioni. Le mie si possono trovare sulla pagina personale dedicata. Per citare solo le ultime attività, ho scritto tre note per la Rivista giuridica del lavoro e della previdenza sociale (RGL, per gli amici): una intitolata “La repressione della condotta antisindacale in caso di dimissioni plurime assimilabili a licenziamenti collettivi”, l’altra, relativa a due sentenze di Cassazione (wow! La mia prima nota a sentenze di Cassazione!), su “L’inapplicabilità della decadenza speciale in assenza di atto scritto o fatto tipizzato” e infine una, più breve, riguardante “La discriminazione dell’obiettore di coscienza in caso di modifica del regolamento di polizia locale sul porto d’armi”. E di recente sono intervenuta a un corso di formazione in diritto antidiscriminatorio, ma lo scrivo solo per condividere le mie slide.

Rendere semplice ciò che è complesso (o almeno provarci)

Le linko, pubbliche, anche se non credo siano nulla di originale, perché credo che la cultura perda una sua funzione fondamentale se non si apre, se non si condivide, se non si divulga. Ed è la ragione (o, almeno, una delle ragioni) per cui, pur non avendo il tesserino dell’Albo dei giornalisti, continuo a (provare a) scrivere, principalmente su Fanpage.it e su Valigia blu. Ma anche altrove, se capita.

Ad esempio, un anno fa, quando Mimmo Lucano fu condannato, scrissi un (lunghissimo) pezzo per Ibridamenti, Matematica giudiziaria e sottrazione di diritti.

Per Valigia blu mi sono invece occupata di diversi temi, tra diritto e politica. Così, l’anno scorso, ho smontato un po’ di preoccupazioni relative alla direttiva Lamorgese sulle manifestazioni. Poi, nell’estate 2022 ho dato un po’ di sostanza al mio costante “E la legge elettorale?” (che è una sorta di promemoria da anni sulle mie pagine social), poi mi sono tuffata nella lettura delle trecentoquarantotto pagine dell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari contro alcuni sindacalisti Si Cobas e USB, e ne è uscito questo pezzo piuttosto critico sul castello accusatorio della Procura di Piacenza. Poi è arrivato l’autunno e ho commentato una discutibile sentenza del Tribunale dell’Aquila che riconosceva il concorso di colpa nelle vittime del crollo di una palazzina durante il terremoto del 2009, per poi dedicarmi alle prodezze del nuovo governo: il cosiddetto decreto anti-rave e lo sbarco selettivo dei naufraghi.

E poi c’è Fanpage, che merita un paragrafo a parte.

Vorrei scrivere di più, ma già sai

Fanpage Insight Days 2022

All’inizio del 2022 è stata creata una microchat operativa “per le proposte di Roberta e le nostre a Roberta (che altrimenti latita…)”. Scrivo su Fanpage dalla fine del 2014, e mi piace. Il problema però è che sono stata cresciuta a suon di “prima il dovere e poi il piacere”. Quindi finisce che scrivo sempre troppo poco rispetto a quanto vorrei. E ogni volta mi viene bonariamente rimproverato.

Comunque un po’ ci provo, Non riepilogo tutti i pezzi scritti fin dall’inizio, anche perché si possono leggere qui (quasi tutti, perché poi ci sono quelli su Milano, su Napoli, su Roma e perfino un pezzo di sport). Mi limito all’ultimo periodo, quello iniziato con l’anniversario dell’11 settembre 2001 e il pezzo su un celebre articolo di Oriana Fallaci, in cui spiegare come e perché aveva torto. Poi, mentre molti esultavano per le amministrative nelle grandi città, scrivevo un facile presagio sulla vittoria della destra, chiedendomi come mai nessuno analizzi i dati della provincia. Poi ho scritto di parità salariale tra pink washing e precariato, del record in armamenti del governo Draghi (di cui già mi ero occupata rispetto alle modifiche al Recovery Plan), dell’ipocrisia di Macron sull’aborto. Tornando alla politica interna, ho espresso un parere sulle pretese di Draghi all’epoca dell’elezione del Presidente della Repubblica, ho analizzato l’inevitabile bocciatura del referendum sull’eutanasia da parte della Consulta, ho scritto di calciatrici (finalmente) professioniste. E poi di lavoro e di diritti: quindi di come il problema del reddito di cittadinanza sia, casomai, che non è abbastanza, di come le teorie di Brunetta sulle relazioni industriali non c’entrassero granché con la proposta di legge sul salario minimo; e, ancora, ho ricostruito una vicenda che seguo da qualche anno, l’operazione Auchan-Conad, raccontando delle prime sentenze contro Margherita Distribuzione, e poi ho scritto dell’ennesima sentenza con cui la Corte Costituzionale ha smontato il Jobs act (ormai un classico). E, da un drammatico fatto di cronaca, ho spiegato più nel dettaglio come funziona lo sfruttamento dei rider.

Durante la campagna elettorale estiva, poi, quando Giorgia Meloni s’è messa a parlare di giovani, sport e devianze, sono andata a controllare che cosa avesse fatto quand’era ministra della gioventù (spoiler: non granché), e, più in generale, ho provato a dare qualche consiglio su come difendersi dalle fallacie logiche della propaganda prima dell’appuntamento elettorale. Di fallacie logiche e scorrettezze dialettiche ho scritto anche rispetto al racconto di guerra, alla narrazione dell’invasione russa in Ucraina e al modo che troppo spesso abbiamo di discuterne. Infine (almeno finora), ho spiegato come funzionerebbe la flat tax incrementale (spoiler: sarebbe iniqua, semplicistica e a rischio truffa).

Non di solo lavoro

E poi gioco a calcio, calcio a sette, nella Giosport. Mi impegno al massimo, dentro e fuori dal campo.

Ho scoperto, ormai da un po’, che correre e calciare un pallone è il modo migliore per gestire lo stress, per evitare di somatizzare le tensioni. Il talento mi manca, ma ho passione e grinta, e cerco di metterle a servizio della squadra.

E c’è anche il teatro.

Con la Compagnia del Tempo Perso, dopo lo stop forzato del periodo pandemico, abbiamo ripreso in mano Il vero ispettore Hound, un testo di Tom Stoppard. E abbiamo debuttato con due date, tra maggio e giugno 2022. Un successo, direi. Io ero Felicity Cunningham, e tornerò a esserlo quando replicheremo, a fine gennaio 2023.

E sono anche tornata dietro le quinte, con il testo e la regia di Tienimi che ti tengo, per il grande ritorno della Compagnia teatrale giuovanile. Debutto il 25 settembre 2022: tutti pensavano alle elezioni, noi pensavamo alla comunicazione di un messaggio, con parole e azione. Atti politici, insomma. Mi sarebbe piaciuto scrivere dello spettacolo, e degli interpreti, della loro crescita, del loro impegno, ma da settembre non mi sono ancora fermata. Prima o poi ne scrivo, promesso: è un atto politico anche questo.

[…] Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini, Traducendo Brecht

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Un commento

  1. Raffaele Raffaele

    Chissà se esiste davvero il talento, forse quello da fuori ci stupisce e ci sembra talento è solo un flusso continuo di scelte ben indirizzate di un qualcuno che ama ciò che fa, traendone forza, gioia e qualcosa di nuovo da conservare. Ed è chiaro, dal post ma più dalla visione d’insieme, come tu sia piena di queste scelte qui.

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