
A poche ore dalle prime scene di guerriglia a Milano, in piazza Duomo, la liturgia ambrosiana offriva ai fedeli la lettura del vangelo secondo Matteo, con Gesù Cristo che caccia i mercanti dal tempio, e rovescia i banchi dei cambiavalute, e si attira ancora una volta le antipatie di dotti e sacerdoti. Non sono poi tanti gli episodi che trovano testimonianza in tutti e quattro i vangeli, eppure questa rabbia sfogata sul mercato è raccontata da Matteo, da Marco, da Luca e da Giovanni (versione molto interessante quest’ultima, perché lo sdegno di Gesù è graduato a seconda del profitto del mercante cacciato). Divagazioni teologiche a parte, quel testo mostra che manco il figlio di Dio è esente dalla rabbia, forza primordiale che può farsi linguaggio. Politica è anche imparare a viverla, riconoscerla, elaborarla, renderla costruttiva. Nonostante sia narrata, e in un certo senso legittimata, persino nel vangelo, la rabbia resta tabù, e i tabù sono strumenti di dominio e repressione: c’è chi può esprimerla senza perdere legittimità e chi, invece, deve rassegnarsi, sopportarla ed evitare di manifestarla.
Violenza e nonviolenza tra rivolta e bon ton
La Stampa, edizione del 6 ottobre 1949, cronaca giudiziaria: l’imputato “capovolge a suo sfavore la sanzione processuale inveendo contro giudici ed avvocati“. C’è un tono di stupore in quel trafiletto riferito a Pietro Pinna, sotto processo per disobbedienza. Fu uno dei primi obiettori di coscienza, si oppose alla collaborazione al “servizio dell’uccisione militare“, come lo chiamava lui: fu il primo in Italia a farlo per ragioni ideali, per motivi non religiosi ma laicamente etici. Lo stupore della cronaca arriva perché Pinna si oppone alla guerra, alla sua preparazione: e allora come mai inveisce contro chi lo tiene in galera, nel carcere militare? Perché mostra irritazione? Se davvero vuoi la pace, sii gentile ragazzo.
Conobbi quel ragazzo dal vivo, più di sessant’anni dopo. Mi spiegò la nonviolenza. Qui interrompo la rievocazione, sia perché il video è online, sia perché, a partire da quelle sue parole, e con l’approfondimento che ne seguì, scrissi un libro e una serie. Lo cito, però, per l’ennesima volta, perché l’importanza di quella sua testimonianza veniva dalla pratica della sua giovinezza e della sua vita adulta: la teoria non era che una sintesi, in costante dialogo con la realtà, con lo sguardo alla gradualità dei mezzi ma anche e soprattutto al rispetto della verità, alla ricerca costante di quella verità da costruire come comunità, riconoscendo anche la violenza strutturale, cristallizzata.
E per questo non riesco a trovare nonviolenza nel giudizio, nel moralismo, nell’impartire lezioni, anche dai pulpiti più nobili, di fronte a una violenza sulle cose, in un contesto incompreso, se non incomprensibile.
Un’epoca senza epoché
Invece tutto è corsa all’opinione, frasi masticate velocemente per poter essere sputacchiate sulla propria bacheca social, un carosello su Instagram, un lungo pensiero su Facebook, un cartellone falsificato con l’AI per punzecchiare l’indignazione grammaticale o una card sui negozianti che si alzano all’alba per dar da mangiare ai figli, specchio di un piccolo mondo antico che non esiste (più), se non altro non in centro a Milano, con fondi immobiliari di real estate e catene multinazionali.
Delle ultime ore sappiamo tutto, interpretiamo tutto, traiamo conclusioni e troviamo soluzioni (“sparategli a vista a tutta questa gentaglia“, suggerisce la decorosa signora agli agenti in piazza Duomo). I protagonisti erano incappucciati, narrano le cronache, eppure abbiamo già statistiche, analisi sociologiche, dati anagrafici, persino le motivazioni, senza portavoce né piattaforme politiche.
Io non so se le azioni di questi giorni siano lo spasmo di una generazione nata con la crisi finanziaria, cresciuta con la pandemia, privata del futuro da guerra e catastrofe climatica, così come non posso sapere se il saccheggio sia nichilismo, o l’estremo compimento dell’egemonia culturale borghese di scarpe griffate e felpe di marca, o la reazione spontanea a una profilazione razziale, al costante promemoria della propria esclusione sociale, alla messa al bando di qualunque retroterra non conforme al colonialismo ideologico e a tratti inconsapevole che permea tanto le condanne dei destrorsi quanto le analisi dei progressisti, compresa questa mia, con quest’ultima frase che porta sul piano etnico un fenomeno che non riguarda necessariamente un’identità razziale ma più probabilmente una dinamica di classe.
In questa consapevolezza dell’errore, le reminiscenze liceali riportano in superficie una parola greca, epoché, la sospensione del giudizio, lo scetticismo come metro del sapere. Quel che servirebbe, adesso. Ma io, ora, non voglio soltanto sospendere il giudizio. Di quelle azioni ho soltanto immagini e narrazioni, e su ciò che così poco conosco rivendico il diritto, che forse è anche un dovere, di non giudicare, di non condannare: il dito più lungo della mia mano è il medio, non è l’indice, come in quell’album di De André e Piovani, con la canzone del maggio, storia di un impiegato, su bombaroli, padri da ammazzare, celebrità con cui mascherarsi e ballare, e strutture da conservare intatte proprio attraverso la violenza che mira a distruggerle. Non giudico, casomai analizzo. Ma anche l’analisi è vittima della narrazione.
La strategia e la versione, il caso e il caos
Un ragazzo in canottiera con un estintore sopra la testa è a un passo da una camionetta. E quella foto è falsa. Anzi no. Quell’immagine storica, di Carlo Giuliani di spalle, un attimo prima che una pallottola lo colpisca in faccia, allo zigomo, arriva da una fotografia manomessa, per il processo: appiattisce le distanze per smentire la versione secondo cui quel colpo di pistola sarebbe stato diretto in aria, come colpo di avvertimento, per poi essere deviato da un sasso (“Sei stato tu! Tu l’hai ucciso! Con il tuo sasso!” urlava un funzionario rincorrendo un manifestante a caso, in favore di telecamere). Quella foto mostra nell’abitacolo la canna della pistola diritta, ad altezza uomo, altezza ragazzo, ragazzo lontano diversi metri, ragazzo arrabbiato, ragazzo ucciso. Eppure, nella storia, quella foto è stata diffusa come un assalto a pochi centimetri di distanza, un estintore vuoto come una minaccia credibile all’incolumità di gente armata. Questo succede quando si appiattisce la distanza, quando si cancella il prima e il dopo, quando ci si accontenta dell’istantanea.
Come un quarto di secolo fa, ma come un numero imprecisato di volte nella storia dell’ordine pubblico di questo paese, la tensione si alza, e chi dovrebbe essere addestrato, formato appositamente, per sfiatarla pare quasi divertirsi nell’aumentare la pressione, per poi stupirsi quando esplode, controllata ma incontrollabile.
Ma anche questa è una versione. Che la gestione dell’ordine pubblico sia inefficace o eversiva, o entrambe, è una delle spiegazioni. Che ci siano infiltrati a delegittimare le proteste consapevoli, meditate, organizzate, è probabile, anche solo per controllare la piazza, pur senza provocare. Ma la strategia della repressione non è l’unica spiegazione, non è la sola. Non è nemmeno certa.
Nel semplicismo della nostra narrazione vogliamo un manicheismo che ci conforti delle nostre ragioni: i buoni e i cattivi, i manifestanti pacifici e quelli che sfasciano, e quelli che sfasciano vanno condannati, se sono spontanei, ma più probabilmente sono guidati, organizzati, prezzolati, mercenari che fomentano la reazione, burattini nelle mani della repressione. Pensare al complotto è sempre più rassicurante della realtà imprevedibile o imprevista in cui ci troviamo.
Invece esiste il caos. Ed esiste il caso, che a volte si intreccia con il disegno. C’è il giovane spoliticizzato che vuole le scarpe, c’è quello incazzato per una serie di ragioni che non ha elaborato, quello a cui hanno detto che è un poco di buono e ha finito per crederci. I comportamenti delle persone non sono tutti, sempre e solo logici. E se è vero che a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, se è prevedibile che quando ti imbottigliano in una strada senza vie di fuga puoi fare il conto alla rovescia e scommettere sull’arrivo di una carica o di una pioggia di lacrimogeni, se è probabile che ogni movimento politico di base incontri in misura più o meno pervasiva il controllo e la repressione, è anche vero che quando passi decenni a distruggere il tessuto sociale, a un certo punto il tessuto sociale non tiene più.
Allora ogni individuo non è altro che una scheggia.
E le schegge a volte impazziscono.
Questioni di cittadinanza e potere
Tra i commenti medi alle immagini di vetrine rotte e cestini lanciati, c’è quello che dice che la colpa delle violenze è dei giudici che li liberano per comprarsi i loro voti. È una parafrasi non troppo diversa dalla citazione precisa: c’è un’intera classe di persone, con una connessione internet e tanta voglia di usarla per commentare, convinta che i magistrati siano al servizio della sinistra per preparare un bacino elettorale di adolescenti di seconda generazione o stranieri. Prendiamola per quello che è: una convinzione basata su un’ignoranza, giuridica e sociale, estrema. Ma fingiamo sia plausibile: fingiamo che gli adolescenti votino, che i figli delle periferie votino a sinistra, fingiamo persino che la sinistra esista tra le proposte elettorali. E da questa finzione chiediamoci: qual è il prezzo per comprare un voto?
Un tempo c’erano le promesse di lavoro, la serenità familiare prospettata: ti assumo il figlio, il nipote, il cognato; poi, in contesti più poveri, è arrivato il ricatto: una scarpa prima delle elezioni, l’altra dopo, a metà tra cronaca e leggenda. Ora il prezzo del voto è sceso, sempre che il contesto sia di povertà: si compra con una banconota, di taglio manco troppo alto. Il potere d’acquisto è aumentato solo nel mercato elettorale.
Di fronte a questa realtà, è davvero plausibile che un voto possa essere venduto per un cassonetto lanciato? Per una vetrina o un petardo? Venderesti la tua preferenza elettorale per la promessa di un’assoluzione che, se arriva, arriva dopo una traduzione in questura, una serie di agenti che ti spingono in auto con battutine beffarde (“non fare la sceneggiata”, “ora vediamo”, “sí sí certo, non sei stato tu”), un avvocato da nominare, una famiglia a cui spiegare, almeno qualche ora da passare in cella, nelle camere di sicurezza, lo stesso posto in cui stettero Pinelli e Cucchi?
E poi, fingendo che gli adolescenti marginalizzati votino, e votino a sinistra in ragione di una promessa d’impunità, perché mai, in un mercato a costo così basso, un partito politico dovrebbe spendere così tanto in termini di impegno, assistenza, rassicurazioni, rischi?
In Italia il voto è una merce ben più conveniente, anche perché da vent’anni vale poco.
E infatti quella approvata questo mese è l’ennesima legge elettorale incostituzionale. Era incostituzionale la legge Calderoli, con cui abbiamo votato nel 2006 e nel 2008. Era incostituzionale l’Italicum, bocciato dalla Consulta (fortunatamente prima di poter essere utilizzato). Con estrema probabilità era incostituzionale anche il Rosatellum, ora abrogato. E, considerando le motivazioni delle sentenze della Corte costituzionale nei citati casi precedenti, è difficile ipotizzare che questo fantomatico Stabilicum, o Melonellum, o comunque si voglia chiamare questa legge elettorale, sia adatto a garantire l’esercizio di un voto libero e uguale al popolo a cui appartiene la sovranità.
Il popolo. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, e tra le forme non c’è mica soltanto il voto, anche perché il popolo non corrisponde all’elettorato, non si esaurisce nei votanti. La bimba di quattro anni è popolo, è popolo chi non ha la cittadinanza, è popolo chi ha il permesso di soggiorno ed è popolo pure chi vive in clandestinità, è popolo la persona dichiarata inabile e privata della capacità di agire ed è popolo anche chi si astiene e chi non può votare, per scelta, ignoranza o casualità. E infatti i diritti, civili e sociali, non spettano solo a chi abbia una tessera elettorale ed eserciti il diritto di voto: chiunque può pensare, parlare, protestare, scioperare. Ma perché il popolo sia sovrano questi diritti non devono essere possibilità astratte, devono essere poteri reali: se la mia azione è trascurabile, se la mia protesta è inascoltata, sbeffeggiata, repressa, la sovranità popolare è una menzogna, al più una liturgia.
Vetrine rotte e agenda politica
Ma appunto! Le vetrine rotte impediscono che le ragioni delle manifestazioni pacifiche siano ascoltate!
Eppure di manifestazioni senza vetrine rotte ce ne sono state. E, anche stavolta, le vetrine sono state rotte dopo, e l’indomani, quando i cortei erano finiti e le ragioni di chi li aveva attraversati erano già state espresse. Alcuni di quei gesti, forse, hanno a che fare con la stessa rabbia, altri no, e allora? La responsabilità penale è personale: chi commette un reato risponde del reato, e di indagini e pene si occuperanno inquirenti e tribunali, non il governo. Le vetrine rotte e i capi rubati sono questione penale e questione sociale, non sono il motivo del mancato ascolto delle ragioni di chi sfila pacificamente.
Smettiamo di dare la colpa della nostra irrilevanza a chi è ancor meno rilevante: chi sfascia una vetrina è responsabile del suo atto, non condiziona la narrazione mediatica, non causa il disinteresse del governo e delle classi dominanti. Media e politica sono gestite da gente dotata di istruzione e libero arbitrio, dunque capace di scegliere le notizie da raccontare e le cause da perseguire. Le ragioni del dissenso non vengono ascoltate, anche quando vengono espresse in maniera chiara e nonviolenta, perché il governo non ha intenzione di ascoltarle, perché il governo ha scelto di non interessarsi delle questioni poste dalle piazze.
La guerra fra poveri è un vecchio trucco di egemonia culturale e dobbiamo essere abbastanza lucidi e politicamente consapevoli per accorgercene. La lotta nonviolenta passa allora dalla capacità di riconoscere i rapporti di dominio, dalla costante preminenza delle persone sulle cose, dalla capacità di vivere il conflitto, di elaborare la rabbia senza negarla, di distribuire il potere.
Sapere come protestare è un privilegio
Sono una donna bianca e istruita, dunque vivo in una posizione di privilegio, anche rispetto alla lotta. Non è una colpa per la quale chiedere scusa, è una condizione di vantaggio che può essere socializzata e messa a disposizione. Ho avuto tempo e occasioni per leggere, studiare e riflettere, confido nella coerenza che finora ha accordato le mie azioni alle mie parole, ma non sono tanto superba da ritenere impossibile cadere in quello che ritengo un errore, etico e strategico, ossia nella violenza. Ma rifiutare la violenza, che è alla base del mio essere nonviolenta, non è soltanto non agirla: è notarla, sempre, anche quando è ben vestita e si appella al buon senso e al bon ton, anche quando è cristallizzata nei rapporti di dominio, nei discorsi, nei pregiudizi; è riconoscere la violenza strutturale, profondamente incistata nella società, e saper distinguere la violenza degli oppressi da quella degli oppressori. Si può rifiutare la violenza e solidarizzare con la parte più debole di un conflitto, anche quando usa metodi che non condividiamo, e porsi in ascolto, essere di sostegno, anche nell’elaborazione di metodi di lotta diversi.
Io sono convinta che la nonviolenza sia un metodo di lotta potente e necessario, ma non posso insegnarlo: devo viverlo, devo dimostrarlo, devo farmi centro, cioè agire su di me, senza pretendere che altre persone scelgano la mia via, e tracciarla instancabilmente, pazientemente, perché si apra una strada, e perché resti aperta.
La nonviolenza è la consapevolezza della propria debolezza individuale e insieme la riscoperta della propria forza e del proprio potere, e il suo fine coincide con i suoi mezzi: non c’è nonviolenza senza distribuzione del potere, senza che il potere venga frammentato, frazionato, come si spezza il pane, perché tutti ne possano mangiare. Se il pacifismo diventa sermone, predica, lezione morale ai compagni che sbagliano, fastidio verso l’irruenza di chi non ha avuto occasione d’incontrare la storia della nonviolenza, allora smarrisce l’analisi e non applica il metodo, e difficilmente raggiungerà il fine.
Quale esempio da chi comanda?
Però, sia chiaro: il consiglio nonviolento non dovrebbe essere moralista, ma almeno ha un fondo di coerenza. Ma la lezioncina sui metodi di lotta da chi basa la propria ideologia sulla violenza anche no. Da gente che esibisce nel simbolo del proprio partito la fiamma che arde dalla tomba di Mussolini, da Ignazio Benito La Russa, seconda carica dello Stato e organizzatore della manifestazione del 12 aprile 1973, in cui morì Antonio Marino, agente ventiduenne, colpito da una bomba a mano lanciata dai giovani di estrema destra in corteo, da chi fonda il proprio programma politico su esclusione e repressione, cioè sul perpetuarsi della violenza strutturale (sulle persone e sulle comunità, non su vetrine e cassonetti), non si accettano consigli di lotta politica nonviolenta.
E il discorso non è soltanto personale, sulle biografie, ma soprattutto fattuale, sui provvedimenti e sulla propaganda. Negli ultimi anni la destra al governo ha criminalizzato il dissenso, comunque espresso, sbeffeggiando e reprimendo soprattutto coloro che hanno scelto metodi nonviolenti. Gli attivisti per il clima hanno sempre rivendicato questo tipo di lotta, con le marce, partecipate e consapevoli, e anche con atti simbolici, eclatanti, a volto scoperto, aspettando l’arrivo delle forze dell’ordine e mettendo in atto forme di resistenza passiva, senza mai rinunciare all’assunzione di responsabilità per le proprie azioni. La risposta del governo? Il nulla sulla questione ambientale, il negazionismo sulla catastrofe climatica in atto, ma anche il blocco stradale come reato (anche quello con il proprio corpo soltanto, atto puramente nonviolento), le sanzioni amministrative da decine di migliaia di euro, l’equiparazione delle teche delle opere d’arte alle opere d’arte stesse, per poter punire più aspramente chi ha l’ardire di protestare in modo creativo. O ancora, quando poi, con le spedizioni della Global Sumud Flotilla, abbiamo assistito a un’azione internazionale nonviolenta, la reazione del governo è stata di ignavia, di abbandono del sovranismo quando questo significava pretendere da Israele il rispetto del diritto internazionale e dei diritti (anche) di propri connazionali. E quando le piazze si sono riempite di persone, di popolo, in solidarietà con la Palestina, quando gli scioperi hanno svuotato i luoghi di lavoro, la risposta di Giorgia Meloni è stata la beffa, il discorso sul “week end lungo”, in coerenza con le politiche governative sul lavoro, sempre contro la parte debole (non è retorica, è una sintesi impietosa della sua linea politica).
Questo atteggiamento mi ha ricordato una sera di calcio, su un campo di provincia, campionato femminile. Durante la partita, l’arbitro ha iniziato a fischiare un po’ troppo generosamente, comandando delle punizioni opinabili. Così, paradossalmente, la partita, fino a quel momento piuttosto corretta, è diventata nervosa. Mentre l’arbitro misurava la distanza della barriera, la compagna contro cui aveva fischiato il fallo gli rivolse un’educata polemica, venata d’ironia: “Direttore, ma se lei fischia anche i falli che non ci sono, poi a me viene voglia di farne davvero, così almeno fischia per qualcosa”.
Dopo aver sbeffeggiato scioperi e marce, dopo aver ignorato le istanze argomentate e le proposte consapevoli, dopo aver trasformato in reato il corpo di chi si limita a stare in mezzo alla strada, con quale coerenza i membri di questo governo possono pretendere pace? Con quale faccia pensano di poter spiegare che serve bon ton per ricevere ascolto? E se chi protesta a volto scoperto, con azioni nonviolente, viene trattato da criminale, quale ragione resta, a chi non ha mai avuto occasione di incontrare la storia della nonviolenza, per credere che valga la pena sceglierla?
“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”: chi ha usato il suo potere per criminalizzare e reprimere, chi ha chiuso, uno dopo l’altro, gli spazi in cui il conflitto poteva essere elaborato, non può dirsi sorpreso se il conflitto si trasforma in rabbia e si sfoga in altro modo. Solo quando il potere sarà davvero distribuito, solo quando la rabbia potrà farsi parola e la parola contare, allora sì, ci si potrà indignare per le vetrine rotte. Prima no. Prima, la responsabilità è di chi comanda.
